Social Network e Pallacanestro: le parole di Geno Auriemma


Che i Social Network abbiano allontanato l’essere umano dalla realtà non è di certo una novità, ma l’impatto che hanno avuto sulle nuove generazioni è un accesissimo argomento di discussione. Geno Auriemma, allenatore italo-americano delle Connecticut Huskies entrato nel 2006 nell’Hall of Fame di Springfield, entra a gamba tesa sull’effetto dei social nel mondo della pallacanestro, soprattutto sui giovani cestisti.

Cliccando sul link seguente potrai ascoltare le parole del coach nativo di Montella (AV): https://www.youtube.com/watch?time_continue=14&v=tp4mIONS51E

Qui sotto, invece, l’intervento del coach tradotto in italiano:

“Ogni ragazzo, sin da piccolo guarda la tv e guarda le partite di NBA, MLB, WNBA di qualsiasi sport, non importa quale. Quello che vedono è che l’essere giocatori è “figo”. Quindi, pensano che quello sarà il modo in cui dovranno comportarsi. ” Tante squadre fanno giocare i propri ragazzi perché sono All-American. Lo capisco ma preferisco perdere che vederli giocare atteggiandosi da grandi. Li lascerei uscire dalla palestra con lo stesso pensiero con cui sono entrati: io, io, io, io. “Non ho segnato, quindi perché dovrei essere felice?”, “Gioco poco, quindi perché dovrei essere felice?”. Questo è il mondo in cui viviamo. E i ragazzini guardano le statistiche perché devono andare dai genitori a dire loro che hanno segnato tanti punti. Penso che i più piccoli vogliano giocare di squadra. Poi crescono e vuoi per il talento e per le capacità individuali, riescono ad avere successo e coinvolgono anche i genitori. Quando questo accade, ai ragazzini finisce lo spirito di squadra perché i genitori dicono loro: “Non andrai da nessuna parte, se non brilli”. Ma fidatevi: si brilla solo con la squadra e con un coach. Quando guardo i filmati delle partite, do un occhio anche a cosa accade in panchina. Se qualcuno sbadiglia, se non c’è interesse nella partita, se qualcuno è tra le nuvole. Beh, non metteranno mai piede in campo. Mai. Anche se non sanno ancora muoversi in campo, i giovani atleti continuano ad atteggiarsi da grandi giocatori, per loro basterà solo sembrare tali. E questo si vede sempre in campo. Quindi, reclutare giovani leve che siano veramente innamorate dello sport e che apprezzino anche le azioni dei compagni di squadra, più di quanto apprezzino le proprie, è un compito sempre più difficile. Io e il mio staff, passiamo molto tempo ad insegnare ai ragazzi l’atteggiamento. E se il tuo atteggiamento non è corretto, resterai in panchina. Sempre. Non mi importa quanto tu sia bravo, se ti comporti da 12enne, non entrerai nemmeno a partita in corso.”

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